Storia

Da Conti e principi di Porcia e Brugnera.
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Storia dei conti e principi di Porcia e Brugnera

Dedica

Nei primi anni dello scorso secolo[1], in occasione del matrimonio di Lucrezia, sorella di Giuseppe e Pirro di Porcia e Brugnera, veniva stampato a Udine un libro dal titolo «I primi da Prata e Porcia» - una memoria storica del conte Enea Saverio di Porcia degli Obizzi (1739-1813) da lui manoscritta e poi arricchita dal conte Giovanni avvalendosi dell'allora integro archivio familiare.

Nell'introduzione che accompagnava la stampa di questo pregevole manoscritto si leggeva :

«...In bocca del Conte Enea Saverio, che vergava le pagine della presente memoria quando l'edificio feudale era in gran parte crollato e il soffitto dei tempi nuovi ne spazzava fin le rovine, queste parole acquistano un lieve senso di sgomento e di mestizia. Senonché la famiglia dei Principi e Conti di Porcia e Brugnera proseguì illustre e continuerà, crediamo, prospera nell'avvenire, bene augurando il motto che si vede scritto sulle sue armi: Fiat pax in virtute tua et abundantia in turribus tuis.».

Ispirato dunque dallo stesso augurio, per onorare e ricordare la storia che mi hanno tramandato, come allora in occasione delle nozze inizio questa mia opera.

Guardo quindi avanti, alla mia nuova vita matrimoniale, ricordando le mie origini. Confido quindi di condividere passato e futuro in armonia con chi mi è più caro, con la famiglia da cui provengo e con la famiglia che desidero iniziare.

Federico di Gabriele di Antonio Renato

Introduzione

Iniziai le letture alcuni anni fa dei libri raccolti della biblioteca di famiglia che riguardavano i Porcia. Ero però poco preparato allo studio della storia medievale e iniziare da tomi come quelli del Pio Paschini e da saggi che presupponevano una attenta conoscenza storica di base mi portò a desistere. Non sapevo bene da dove iniziare... . Anche adesso è difficile scegliere come affrontare queste pagine... ho per ora scelto di riportare quanto scritto nel 1985 su "Il Popolo" in un inserto di storia locale. Trovai all'epoca degli inizi del mio navigare nella storia famigliare questa una ottima introduzione alle vicende della mia famiglia. Lo riporto qui quasi integralmente, cambiando per ora poche parole per renderlo più leggibile e completo per quanto posso. Mi riprometto però di completare molte parti interessanti ed approfondirne altre. Sarà per me un inizio ed un indice per le mie future ricerche. Vorrei raccogliere qui una piccola biblioteca virtuale ed un archivio digitale di documenti e libri storici da condividere. Nel contempo vorrei creare una una storia della nostra famiglia "aperta" ad aggiornamenti ed approfondimenti. Negli anni, forse, e con l'aiuto di amici e storici, potrei davvero rendere questo un progetto degno di essere tramandato.

Note

  1. I primi da Prata e Porcia, Saggio storico del Conte Enea Saverio degli Obizzi con note del Prof.Antonio De Pellegrini - Udine - tipografia D.Del Bianco, 1904 -

Gabriele da Prata Avvocato delle chiese di Concordia e Ceneda

Stemma a Prata

Anche per i Porcia, come per molte famiglie nobili del Friuli, le origini sono incerte. I primi documenti sicuri risalgono al XII secolo. Quello che viene considerato il ‘capostipite’, Gabriele da Prata, appare, infatti, nel 1112 e nel 1140 quale avvocato della Chiesa di Concordia. Questo ufficio, che la famiglia esercitava anche per la Chiesa di Ceneda (attuale Diocesi di Vittorio Veneto) è «un segno della nobiltà eletta da cui provenivano, poiché come il titolo di conte era proprio esclusivamente delle famiglie che avevano governato città e castella nell’epoca imperiale, l’avvocatura di chiese insigni si concedeva a feudatari illustri [1]».

La carica di avvocati o avvogadri, come venivano in quel tempo chiamati i difensori delle chiese, veniva conferita dai vescovi «ad uomini autorevoli e potenti», i quali, nei territori dipendenti dall’ente ecclesiastico, amministravano l’alta giustizia, vi mantenevano la pace, proteggevano i commerci, comandavano le forze militari e, se necessario, difendevano con la forza i diritti delle chiese. L’ufficio, una volta che qualcuno ne fosse stato investito, «passava come ereditario retaggio dei suoi sostenitori [2]».

I rapporti tra vescovi e avvocati non andavano sempre tranquilli: spesso succedevano conflitti, come quello capitato tra il Conte di Gorizia e il patriarca di Aquileia: questo perché «gli avvocati, in luogo di esercitare fedelmente la loro missione protettrice, cercavano molto spesso di soppiantare gli alti prelati nelle loro attribuzioni principesche e costoro, per difendersi, mirarono soprattutto a costituire un’organizzazione giudiziaria indipendente dall’avvocato e a togliergli la direzione delle forze militari [3]». Non è che uno dei tanti contrasti per la supremazia politica degli uni sugli altri che hanno contraddistinto l’epoca.

Così i da Prata e Porcia risultavano avvocati delle Chiese di Concordia e di Ceneda, allo stesso modo che i conti di Gorizia lo erano del Patriarcato di Aquileia. Siccome, allora, lo svolgimento di determinate funzioni significava la potenza raggiunta, ai signori di Prata e Porcia era concesso, subito dopo quelli di Gorizia, ma a nessun altro castellano della Marca del Friuli, l'onore del vessillo (cum vexillo rubeo, cum bandiera bona).

Nel memoriale del Patriarcato «Thesaurus Ecclesiae aquileiensis» (p. 402), che fu compilato nel XIV secolo da Odorico Andrea da Udine, ordinando e descrivendo i beni della Chiesa di Aquileia, si accenna anche ai: «Nobiles de Prata et Porcileis comites vocantur et liberi».

«Il titolo di comes che, appoggiato al nome, appare per la prima volta in un documento del 15 luglio 1314 [4] si riferiva alle antiche investiture patriarcali dei feudi di Prata, Porcia e Brugnera che venivano conferite cum comitatu [5].

La più antica di queste, pervenuta sino a noi, porta la data del 5 settembre 1188 e l'intestatario ne è Guecello di Prata, figlio del capostipite Gabriele».

L'attributo di liberi come si spiega? «Era dovuto a quei nobili che erano stati immessi nel beneficio anteriormente al potere temporale dei patriarchi nella Marca friulana (1077). Perciò, se politicamente essi dovevano ubbidire al Patriarca, non erano tenuti, invece, al servizio per il beneficio stesso, ossia al ministero [5]».

Note

  1. Antonio De Pellegrini nel libro: ‘Gente d’arme della Repubblica di Venezia. I condottieri Porcia e Brugnera (1495-1797)’, p. 62
  2. Enea Saverio di Porcia degli Obizzi: ‘I primi da Prata e Porcia (1164-1335)’, p. 25
  3. Pier Silverio Leicht: «Breve storia del Friuli», pp. 107-8
  4. Giuseppe Valentinelli: ‘Diplomatarium Portusnaonense’, p.33
  5. 5,0 5,1 Enrico Del Torso: ‘Cenno storico sui conti e principi di Porcia e Brugnera’, p. 10

La potenza dei Porcia nella Patria del Friuli

Nella loro qualità comites et liberi i Prata-Porcia ebbero il primo posto nel Parlamento friulano e poterono esercitare le funzioni comitali (cum mero et mixto imperio, cum gladii potestate, cum omnimoda jurisdictione) anche senza l’intervento del Patriarca. Erano, per intenderci, feudatari muniti di importanti giurisdizioni, di grandi proprietà libere e immunitarie.

«Per questa loro importanza economica avevano rapporti diretti col principe per trattare i problemi finanziari e militari. Al principe davano soltanto l’omaggio e le ‘taglie’ militari in tempo di guerra». Avevano pure facoltà di creare feudatari minori [1].

Bisogna ricordare che, soprattutto per l’attività politica dell’energico patriarca Wolfango detto Poppo, o Popone, che rimase al potere dal 1019 al 1045, la Chiesa di Aquileia (di cui riedificò anche la basilica) era divenuta «l’effettiva padrona del Friuli [2]». I patriarchi, fino al XII secolo, furono sempre tedeschi e fedelissimi dell’imperatore. Stettero dalla sua parte anche nei momenti più accesi della lotta delle investiture con il Papa.

E' famosa la vicenda dell’imperatore Enrico IV che, deposto da Papa Gregorio VII e abbandonato da principi e vescovi tedeschi, dovette subire l’umiliazione di Canossa (1076) per essere reintegrato nelle sue funzioni. Il conflitto era stato determinato dal divieto, del 1075 di Gregorio VII, ai sovrani di nominare i dignitari ecclesiastici. Enrico IV per premiare la fedeltà del Patriarca Sigeardo (dei duchi Peilstein), con un diploma dato a Pavia il 3 aprile 1077, gli conferiva la contea del Friuli con le prerogative ducali. Successivamente, al Patriarca furono fatte altre concessioni.

Così la potestà politica della Chiesa aquileiese, fino al 1420, epoca della conquista veneziana del Friuli, andò sempre più estendendosi, oltre il Friuli: a Trieste, all’Istria, al Cadore, alla Carniola, costituendo uno degli stati più estesi dell’Italia settentrionale del tempo. A questo territorio, vanno aggiunti i vasti possedimenti patriarcali in Carinzia e Stiria, provenienti da lasciti di principi e signori di quelle terre.

Il Patriarcato, che aveva il suo centro nel Friuli, aveva anche il compito di fornire un'organizzazione omogenea e stabile alla sua dominazione, soprattutto domando una nobiltà riottosa, eliminando o riducendo le influenze straniere, cioè dando un’organizzazione politica unitaria al territorio, che risponde al nome di «patria» [3], l’appellativo che dal secolo Xl comincerà a designare il Friuli.

La costituzione del Friuli in una salda unità territoriale trova la sua espressione nelle istituzioni parlamentari che apportano una caratteristica unica alla sua storia. Le principali funzioni del Parlamento sono quelle di fissare, per accordo tra i feudatari e il principe, l’ammontare del contributo in denaro e di milizie dovute allo Stato. Alle riunioni del Parlamento intervenivano i capi delle circoscrizioni feudali, i prelati, i capitoli, gli abati dei monasteri, che non potevano venire gravati di nuovi carichi se non per loro consenso (in seguito alle antiche immunità e privilegi) e i comuni più importanti.

I da Prata e Porcia, in caso di guerra, per la difesa della Patria, dovevano presentare complessivamente elmos XXXII e balistas X, «un’imposizione che non ha riscontro per nessun altro dei nobili castellani e solo il Patriarca li supera per numero degli elmi. Né ciò deve recar meraviglia, giacché la potenza di questi signori estendevasi sopra più di cinquanta ville pertinenti ai castelli di Prata, Porcia e Brugnera, senza contare altri possedimenti privati [4]».

Come avvocati della Chiesa di Ceneda essi possedevano il castello di Sant’Eliseo (ora San Rocco) di Ceneda e si ha notizia dell’investitura data dal vescovo conte a Guecelletto I di Prata (figlio del capostipite Gabriele), l’11 agosto 1181, «della Torre con tutto il castellaro», dentro le mura della città. Guecelletto ottenne dal Patriarca Goffredo l'investitura dei feudi che suo padre aveva ricevuto dalla Chiesa di Aquileia e, specialmente, in «Porcia e suo distretto e Brugnera e suo distretto», come parla l'investitura «dall’una e dall'altra parte del fiume Livenza sino alla fossa che chiamasi Cigana [5]»: da tali dichiarazioni traspare che non soltanto lui, ma anche suo padre e, forse, altri suoi antenati possedevano feudi in Friuli dalla Chiesa di Aquileia.

Giurisdizione su Pordenone

Anche Pordenone — che costituiva in Friuli una specie di isola, quale possedimento di case tedesche, fra cui principalmente i Babenberg e gli Asburgo — appartenne alla giurisdizione dei Prata, Porcia e Brugnera in più riprese dal 1254 al 1258 e dal 1314 al 1351.

Si apprende, da un documento pubblicato dal Valentinelli, alla data del 13 giugno 1254, che Mainardo conte di Gorizia, seguace di Ottocaro re di Boemia, spinto dal bisogno di denaro, cedette per duemila libbre di piccoli (lire), ai Porcia tutte le terre che possedeva a Pordenone, a patto che gli consegnassero i ladri che, eventualmente, potessero arrestare in quel territorio. Ma i Porcia vennero cacciati da Pordenone dall'arcivescovo Filippo di Salisburgo, quando questi, nel 1258 occupò la città.

Il 5 luglio 1314 Federico d'Asburgo, duca d'Austria, annunciava da Vienna ai pordenonesi che, avendo anche lui bisogno di mezzi finanziari, era stato costretto a dare in pegno, per una certa somma, Pordenone con tutte le sue pertinenze al nobile conte Lodovico di Porcia, assicurando però i cittadini che il nuovo e temporaneo padrone non avrebbe contravvenuto ai diritti e alle consuetudini loro, né li avrebbe gravati con misure insolite o ingiuste, essendo suo fermo proposito di non permettere alcuna prepotenza o vessazione (come risulta dal documento pubblicato dal Valentinelli). Pordenone fu poi restituita ai duchi d'Austria, quando questi si liberarono dalle obbligazioni che avevano con i Porcia.

Note

  1. Mario Peressin: «La diocesi di Concordia-Pordenone nella Patria del Friuli», p. 120
  2. P.S. Leicht (op. cit., p. 101)
  3. Leicht (op. cit., p. 119)
  4. De Pellegrini (op. cit., p. 67)
  5. Enea Saverio di Porcia degli Obizzi, op. cit., pp. 37 e 91) 

Gabriele e Federico dividono i castelli

Finora, abbiamo visto come la casa dei Prata, Porcia e Brugnera fosse divenuta importante nella nostra zona. Abbiamo già appreso che il capostipite Gabriele ebbe come figlio Guecelletto, che accrebbe le prerogative della famiglia.

Guecelletto, che deve essere scomparso successivamente al 1203, lasciò due figli, Gabriele e Federico. Questi nel 1214 decisero di spartirsi il patrimonio paterno, formando le due famiglie distinte dei di Prata e di Porcia e Brugnera (dal norne dei castelli a ciascuno spettanti).

Gabriele conservò il titolo di signore di Prata, con l’avvocazia del Vescovado di Concordia. Come territorio, oltre al castello di Prata, ebbe, tra l’altro, Sant’Andrea, Campagnola, Cimpello, Corva, Ghirano, Gradisca, Mantova (di Azzano Decimo), San Martino, Morsano di là, Mosson, Orsaria, Parussa, Pasiano di Sopra, Peressine, Pozzo, Praturlone, Puia, Rivarotta, Tamai, Piezzo, Prata vecchia, Prata di qua, Villanova, Villotta e Visinale.

A Federico, che prese il titolo di signore di Porcia e Brugnera, con l’avvocazia del Vescovado di Ceneda, toccarono: Fontanafredda, Palse, Ronche, San Foca, Castions di Zoppola (allora detta di Porcia), Maron, Talmassons, Talponedo, San Cassiano, Pieve, Francenigo e Roveredo.

Sia i da Prata che i Porcia e Brugnera, per le selve, i campi, le rendite che possedevano, potevano stare alla pari con i principali signori del Friuli e della Marca trevigiana. Strinsero, come era costume, relazioni di parentela con le più potenti case italiane. Si possono menzionare: i da Romano, i Carraresi, i da Camino, i della Torre, i Visconti, i della Scala, i Savorgnano, i Polcenigo, i Colloredo. All’estero, furono imparentati, tra l’altro, con i Fugger, gli Auersperg e gli Stahrenberg.

Guecello II favorito da Federico II in disgrazia per Ezzelino da Romano

Gabriele II, morendo verso il 1224, lasciò tre figli: Federico, Guecello II e Locia. Federico fu vescovo di Concordia per un trentennio (dal 1221 al 1250); Locia andò sposa al doge di Venezia, Rinieri Zeno.

Guecello II fu un personaggio cospicuo. Per la fedeltà assicurata al partito ghibellino, l'imperatore Federico II lo creò suo vicario nella regione tra l’Oglio e Trento. Lo investì anche della villa di Corva e suo territorio cum honore comitatus, jurisdictione et hominum. Guecello era imparentato con i da Romano e ne seguì la politica.

In quegli anni raggiunse grande potenza, ma per un periodo limitato, il famoso Ezzelino da Romano. Appoggiato, inizialmente, dall’imperatore Federico II di Svevia, con l’astuzia e la violenza, Ezzelino aveva imposto il dominio su grandi città del Veneto, quali Treviso, Verona, Padova e Vicenza. Ma le sue repentine fortune gli fomentarono grosse inimicizie. I suoi avversari gli diedero battaglia e nel 1259 a Cassano d’Adda lo sconfissero definitivamente. E la potenza dei da Romano si dissolse.

Guecello II, che aveva ottenuto l'incarico di podestà di Padova nel 1247 da Ezzelino, quando questi cadde in disgrazia venne posto al bando assieme ai figli dal Patriarca Gregorio di Montelongo (avversario dei da Romano). A fatica e sottostando a pesanti imposizioni (la perdita del castello di San Stino e di Corbolone), Guecello ottenne la grazia del Patriarca. L’umiliazione, racconta il De Pellegrini [1], lo crucciò enormemente e si ritirò nel suo castello di Prata, dove poco dopo, nel 1262, morì.

Anche i successori di Guecello II si misero in urto con il Patriarcato. Gabriele III, verso il 1293, occupava con i suoi armati il castello di San Stino, che era stato donato, trent’anni prima, da Guecello II «alla Chiesa di Aquileia» per farsi perdonare dall’aver parteggiato per l’Ezzelino.

Il Patriarca, furibondo, minacciò la scomunica se non gli fosse restituito il maniero, come successivamente avvenne.

I da Prata ebbero, poi, diversi scontri con le varie fazioni che in quel periodo si fronteggiavano nella zona. «Prata — ha scritto Ernesto Degani [2]era un castello molto vasto e popolato e uno dei più forti del Friuli. Nel 1258 molte famiglie ghibelline, bandite da Firenze, rifugiaronsi nel Friuli e alcune di esse furono accolte in questo castello. Il quale però andò decadendo ben presto» per gli scontri che avvenivano sotto le sue mura «e per un incendio accidentale che il 20 aprile 1316 lo arse quasi tutto».

Note

  1. «Gente d’arme..., cit., p. 75
  2. «La Diocesi di Concordia», p. 132

La carriera di Pileo da Prata il cardinale dai tre berretti

Dei da Prata, successori di Guecello Il, Pileo fu un abile negoziatore e un grande accaparratore di dignità ecclesiastiche, tanto da aver avuto la singolare ventura di diventare per ben tre volte cardinale. Pileo nacque a Prata da Beachino e da Iselgarda da Carrara, verso il 1330. Compì gli studi di diritto nell’ateneo di Padova, dei cui signori, per via della madre, era cugino. Avviato agli studi ecclesiastici, non si conosce con quanta inclinazione, ben presto cominciò una carriera sfolgorante. Aveva soltanto ventotto anni quando venne nominato vescovo di Treviso. Subito dopo, resasi vacante la sede aquileiese, i da Carrara tentarono di farlo nominare Patriarca. Evidentemente, al Papa la designazione di quel ventinovenne, pur con i tempi che correvano, deve essere sembrata troppo ardita e Pileo rimase dov’era. Successivamente, si fece trasferire a Padova, dove stette per undici anni, distinguendosi pure nel governo spirituale della Diocesi. Ritentò nel 1365 di farsi nominare Patriarca, ma gli andò ancora male, tanto che lo stesso Patriarca, che lo teneva in amico, gli inviò una lettera di conforto per i «violenti colpi di fortuna» che lo angustiavano.

Pileo cominciò l'attività diplomatica immediatamente dopo la nomina ad arcivescovo di Ravenna (1370). In quell’epoca, era ancora in corso la cosiddetta Guerra dei cento anni (1337-1453) fra Francia e Inghilterra, divampata per un complesso di ragioni economiche e dinastiche. Il primo ventennio del conflitto si risolse in un disastro e in vistose perdite territoriali per i francesi, che allora, ad Avignone, accoglievano anche la sede del papato. Il re Carlo V il Saggio, intanto, tentava di risollevare le sorti della Francia e di sconfiggere gli inglesi, i quali, attaccati da una specie di guerriglia, si ritirarono verso le coste atlantiche, fino a rinchiudersi nei porti di Calais e di Bordeaux.

Il Papa Gregorio XI, desideroso di portar pace, pensò che quello fosse il momento opportuno per promuovere una mediazione tra i contendenti. E Pileo di Prata fu tra gli incaricati della Santa Sede per il negoziato. Il tentativo di conciliazione sortì risultati modesti, ma per Pileo quella fu una preziosa occasione per distinguersi. Intanto, si verificò il ritorno (1377) della corte pontificia a Roma e la morte, l'anno successivo, di Gregorio XI. Il conclave che ne seguì si svolse in un grave clima di violenza e di intimidazione. Venne eletto Papa l'italiano Bartolomeo Prignano, che assunse il nome di Urbano VI.

Ben presto una parte dei cardinali, dissenzienti sulla nomina, cominciarono a proclamare che Urbano non era stato eletto legittimamente. E si ritrovarono, specialmente i porporati francesi, per eleggere un antipapa, Roberto di Ginevra, che prese il nome di Clemente VII, e pose la sua sede nuovamente ad Avignone. L’Europa cattolica si trovò così dilacerata tra due obbedienze: quella del Papa romano e quella dell'antipapa avignonese. Iniziava il Grande scisma d'Occidente che si protrarrà per un quarantennio.

Nella grande diatriba, Pileo si fece apprezzare per l'attività instancabile a favore del Papa [1]. Urbano VI, che lo aveva creato cardinale, lo mandò prontamente in Germania a sostenere la legittimità della sua elezione presso l’ imperatore. La missione di Pileo riuscì magnificamente, portando fra i sostenitori del Papa romano non solo l’imperatore e i principi tedeschi, ma anche il re d’lnghilterra, che era in perenne lotta con i francesi (schierati con l’antipapa).

Ritornato a Roma, Pileo, invece di essere ringraziato per l’opera compiuta, ebbe da Urbano VI, che aveva un carattere intrattabile e ostinato, un inaspettato allontanamento. Lo stesso era capitato ad altri cardinali che avevano propiziato la salita di Urbano al soglio pontificio. Pileo, amareggiato per il trattamento riservatogli e spaventato per quanto il Papa aveva fatto a cinque suoi colleghi morti misteriosamente in prigione, pensò bene, finché era in tempo, di mettere in salvo la vita, fuggendo da Roma. Decise anche di passare al servizio dell’antipapa. A Pavia fece lo spettacolare gesto di bruciare pubblicamente il cappello cardinalizio conferitogli dall’ingrato pontefice romano. Clemente lo accolse, ovviamente, trai suoi con grandi onori e lo rinominò cardinale, dandogli anche il comando di una compagnia militare.

Il papa «poco urbano» venne a morte nel 1389. Il successore, Bonifacio IX, più diplomatico, tentò subito di accattivarsi i cardinali ribelli. Fra i quattro cui restituì il cappello cardinalizio si trova anche Pileo, che così cambiò ancora pontefice. I soldati che erano ai suoi ordini, da quel momento rivolsero le armi contro le truppe dell’antipapa. Il rovesciamento dell'alleanza, evidentemente, era un’usanza tipica di quell’epoca.

Pileo cercò, poi, nuovamente di venir nominato alla sede di Aquileia, ma Bonifacio preferì, invece, rispedirlo in Germania dall’imperatore Venceslao, che scosso dall’ostilità dei nobili che alla fine lo deporranno, si era dato al bere e all'indolenza. Venceslao, che l’aveva in simpatia, diede a Pileo in feudo la città di Chiusi.

Il cardinale di Prata morì nel 1400. Sarà sepolto nella cattedrale di Padova, presso l'altare del SS. Sacramento. Nel testamento, Pileo lasciò la disposizione di fondare un collegio in Padova, in suo onore chiamato «Pratense», nel quale, in perpetuo, fossero mantenuti venti studenti poveri provenienti dal Friuli e dal Veneto. Con un’ opera di magnanimità si chiudeva la vicenda umana del «cardinale dei tre berretti» (cardinalis de tribus pileis).

Note

  1. Pier Giovanni Caron: «Corso di storia dei rapporti tra Stato e Chiesa», p. 163.

Dallo scontro con i Veneziani distrutto il castello di Prata

La ristretta oligarchia mercantile che governava Venezia avviò, già nel Trecento, una politica di espansione sulla terraferma. L'impulso maggiore alla conquista del retroterra sarà, però, dato dal doge Francesco Foscari, nei primi decenni del Quattrocento. Qualcuno ha scritto che quella era una decisione salutare per dare respiro a una città assediata. Infatti, esiste pressoché un sincronismo tra espansionismo turco (verso Occidente) e quello veneziano sulla terraferma italiana.

I possedimenti veneto-friulani rendevano a Venezia il doppio rispetto a quelli d'oltremare. Nei nuovi territori, che andranno dall’Isonzo all'Adda, interessanti per l'agricoltura e per gli opifici esistenti, Venezia poteva, poi, smerciare parte della sua produzione. Quindi, la conquista serviva a compensare le posizioni perdute in Oriente e a evitare che si formasse un grosso stato alle sue spalle (come poteva divenire con il Patriarcato che già tanti grattacapi procurava a Venezia). Inoltre, la Repubblica si garantiva il libero accesso alle vie commerciali che, attraverso le Alpi, la mettevano in relazione con il centro e il nord dell’Europa.

Nel 1420 la conquista del Friuli da parte veneziana era completata. E il Patriarcato non ebbe più nemmeno funzione politica. Nel 1753 fu anche soppresso dal punto di vista ecclesiastico. Quando i veneziani partirono nella conquista del Friuli, in un primo tempo, i da Prata, assieme ai Porcia, si schierarono con loro. Poi, mutarono alleato, mettendosi dalla parte del Patriarca Lodovico di Teck, sostenuto dal re Sigismondo di Ungheria, perché mal sopportavano il dispotismo della Serenissima. Dopo alterne vicende della guerra, alla fine, i veneziani ebbero il sopravvento. E Filippo Arcelli, che li comandava, ebbe l’incarico di procedere nelle vendette per conto della Repubblica.

Nel settembre del 1419 cinse l’assedio al castello di Prata. Gli ordini impartiti da Venezia erano perentori: totale distruzione e rovina della terra di Prata, in modo che in avvenire non dovesse più essere abitata e si potesse dire: «Hic fuit Prata». La sorte dei conti Guglielmino e Nicolò di Prata era segnata. Dopo un’accanita resistenza, specialmente da parte di Nicolò, il castello sarà preso e distrutto fino alle fondamenta. Il territorio circostante fu messo a ferro e a fuoco, anche gli argini dei fiumi vennero rotti, in modo che l’acqua rendesse inabitabile il paese; furono persino abbattuti i campanili e ogni altro edificio eccettuate le chiese.

«Ma i soldati dell'Arcelli non vi lasciarono che quella piccola di San Giovanni, che esiste ancora e contiene le tombe di alcuni signori di Prata [1]». Nicolò di Prata riuscì a riparare a Pordenone, terra imperiale. La famiglia dei di Prata, pochi anni dopo, si estinse esule in Austria nella povertà.

Note

  1. De Pellegrini (op. cit, pp. 81-2)

I Porcia e Brugnera diventano colonnelli di Sopra e di Sotto

A Federico, figlio di Guecelletto I, furono assegnati — è già stato ricordato — i castelli di Porcia e Brugnera e dai suoi successori è discesa la linea, tuttora esistente, dei conti di Porcia e Brugnera.

La famiglia di Porcia e Brugnera, a sua volta, alcuni anni dopo, si ripartì in due grandi sublinee, quella detta di Sotto che, poi, diventerà principesca, discendente da Gabriele (morto nel 1288 circa); e quella di Sopra o comitale, discendente da Artico (pure morto nel 1288). L’appellatìvo di Sotto e di Sopra, oppure di colonnello di Sotto e di colonnello di Sopra, ha avuto origine dalla posizione che avevano le abitazioni dei fratelli Gabriele e Artico. La partizione ebbe luogo nel 1269.

Condottieri di gente da arme al servizio della Serenissima

La linea di Sopra è il ramo della famiglia Porcia ancora esistente. Essa, come quella di Sotto, fece, sin dal 1418, atto di sottomissione alla Repubblica di Venezia, evitando la spietata distruzione capitata ai da Prata.

Da allora i componenti della famiglia si distinsero nel servizio alla Serenissima. Da loro sono usciti letterati, diplomatici, ecclesiastici e condottieri illustri. Ne ricorderemo alcuni.

Artico fu il primo a prestare solenne giuramento di fedeltà a Venezia, impegnandosi a fornire ricovero e vettovaglie alle milizie venete, che in qualsiasi tempo fossero transitate per le sue terre, e a dimostrarsi — come narrano gli antichi documenti — amico degli amici e nemico dei nemici della Repubblica.

E tali si comportarono, senza defezioni, anche i suoi discendenti. Il figlio di Artico, Federico, nel 1433 portò un buon numero di cavalli in soccorso ai veneziani quando gli ungari irrupperò a Rosazzo; Morando nel 1443 fornì di biade e legname l'esercito della Serenissima; Manfredo fu colonnello di fanteria nell’assedio di Trieste e ivi morirà nel 1477; Artico nel 1478 condusse le milizie al di quà del Tagliamento a invadere la marca trevigiana.

Jacopo il primo feudatario a trovar rifugio nella cultura

Ma fra tutti spicca Jacopo o Giacomo (1462-1538) che è stato un personaggio di rilievo, raggiungendo una discreta notorietà come umanista. Egli desta interesse per una particolarità: «È il primo, tra i castellani del Friuli, di antica e libera nobiltà, che, insofferente all'inerzia in cui, da una parte le mutate condizioni politiche del paese e dall’altra i pregiudizi di casta, tenevano obbligati gli uomini del suo ceto, abbia cercato nello studio e nella cultura, pur rimanendo laico, una ragione di vivere [1]».

Jacopo, nato nel castello di Porcia da Artico e da Francesca Padovani da Colloredo, fu educato, come tutti i nobili del tempo, senza applicarsi nello studio, ma dedicandosi soltanto ai giochi cavallereschi, all’esercizio delle armi e alla caccia. Soltanto nell’età giovanile cominciò a prendere in mano i libri. Dopo alcune traversie familiari, venutegli con la perdita della moglie e del padre, e lasciata l'amministrazione dei suoi possedimenti alla madre, si recò a Padova dove, compiendo studi un po’ disordinati, riuscì nel 1509 a laurearsi in giurisprudenza. In quello stesso anno, gli morì la madre e dovette ritornare a Porcia per star dietro ai suoi affari privati. Ma trovò anche il tempo per andare alla guerra allora in corso.

Venezia, che aveva approfittato dallo sfacelo di Cesare Borgia, per espandersi, a danno dello Stato della Chiesa, anche nella Romagna, occupando Ravenna e Cervia, non volle aderire all’invito dell’energico papa Giulio II di restituire il maltolto. Si unirono in una lega, che sarà detta di Cambràì (1508), quasi tutti gli stati che avevano conti da regolare con i veneziani: la Francia, la Spagna e l’Impero. Duramente sconfitta ad Agnadello (1509) dai francesi, Venezia fu costretta a cedere alla Francia Cremona e la Chiara d’Adda; al papa Ravenna e Cervia; alla Spagna i porti pugliesi (che Venezia si era presa al tempo della calata di Carlo VIII di Francia). Solo con l'imperatore Massimiliano poté resistere e non restituì nulla. Nemmeno Pordenone che da allora passò al dominio veneziano.

Dell’esperienza che fece in guerra al servizio della Serenissima, Jacopo ha lasciato il trattato: «De re militari». Non era la prima opera scritta dal conte. Aveva già pubblicato, attorno al 1485, appena ventitreenne, il saggio dal titolo; «Jacobi comitis Purliliarum de generosa liberorum educatione opusculum non minus jocundissimum quam utilissimum». In esso, Jacopo spiega come dovrebbe venire educato un nobile rampollo. Enunciava concezioni oscillanti tra quella tradizionale aristocratica e il nuovo umanesimo che cominciava a prorompere nelle principali corti italiane [2]. Per Jacopo il giovane nobile, invece, non ha che due carriere davanti a sé: o quella delle armi o quella ecclesiastica.

Fra le opere del purliliese, merita un cenno la raccolta di lettere intitolata: «Opus Jacobi comitis Purliliarum epistolarum familiarum», da lui scritte sul finire del Quattrocento a principi e letterati, trattando di diversi argomenti che danno un significativo spaccato della società e della cultura dell’epoca.

Parlò, poi, delle invasioni unghesche che in più occasioni si verificarono in quegli anni nei territori da lui governati, provocando stragi e distruzioni. Scrisse anche di caccia e di uccellagione e sui proverbi. Ebbe, quindi, un’intensa attività culturale che riuscì ad abbinare con quella di feudatario. Il Marchetti gli rimprovera di apparire «troppo multiforme per essere afferrato, troppo disperso per riuscire profondo, troppo poliedrico per raggiungere una sua chiara fisionomia». Ma bisogna anche riconoscergli il merito di essere il primo castellano friulano ad aver almeno intuito i tempi nuovi.

Degli altri personaggi della linea Porcia di Sopra, va menzionato Silvio (1526-1603) che servì per quarant'anni la Repubblica e combatté da valoroso nella battaglia di Lepanto (7 ottobre 1571). Venezia per ricompensare le sue eccezionali benemerenze, gli conferì il comando di una banda di gente d’arme, che venne confermata per ben nove volte ai suoi discendenti fino al 1785 nell’ultimo investito, Leandro Maria, che morì poco dopo la caduta di Venezia.

Viene, poi, una nutrita schiera di condottieri che sarebbe lungo ricordare. Al colonnello di Sopra appartengono anche il letterato Giovanni Artico (1678-1743), scrittore di tragedie, e il cardinale Leandro (1673-1740). Quest’ultimo, monaco cassinese, fu vescovo di Bergamo. Per ben due volte, in occasione delle morti dei papi Benedetto XIII (1730) e Clemente XII (1740) sarà tra i favoriti nell’elezione al sommo pontificato. All’ultimo conclave cui partecipò, fu sopravanzato dal celebre cardinale di Bologna, Prospero Lambertini, che salì al pontificato con il nome di Benedetto XIV (ironia della storia: fu proprio questo papa che nel 1753 abolirà il patriarcato di Aquileia). Il cardinale Leandro prese talmente male la mancata elezione — cosi dice qualcuno — che vi morirà di crepacuore. Viene ricordato sia per le «esimie virtù» sia per le capacità di «riordinatore delle finanze vaticane».

I Porcia di Sopra, come si è detto, rimasero sempre legati alla Repubblica. Il conte Muzio, figlio di Silvio, più sopra ricordato, in una sua lettera, poteva ben dire che «il nostro colonnello solo è stato sempre quello che ha mantenuto l’attual servizio con la Serenissima Repubblica et sempre fidelissimo per questa patria e frontiere per quella». Muzio aggiunse che «senza mai accostarsi a straniere insegne, per generazioni e generazioni, tutti i componenti la suddetta linea sono unicamente impiegati nel solo servizio del principe loro naturale, lasciando con indifferenza agli altri della famiglia un destino più strepitoso, ma non più glorioso del loro» [3]. ll conte Muzio, evidentemente, si riferiva ai Porcia del ramo di Sotto che, invece, erano passati al servizio degli imperiali.

Non solo verso la Repubblica di Venezia si distinsero i Porcia di questa linea. Anche nelle lotte risorgimentali diedero il loro contributo: il conte Giuseppe visse per diversi anni esule in Piemonte, mentre il figlio Pirro e il nipote Artico seguirono Garibaldi in alcune battaglie. Gli attuali conti di Porcia e Brugnera discendono direttamente dal conte Artico che iniziò nel 1269 la linea di Sopra. In particolare, derivano, poi, da Silvio, il condottiero dell’esercito veneziano che partecipò alla battaglia di Lepanto e scomparve nel 1603. Silvio lasciò tre figli, da cui originarono altrettante famiglie: quella di Muzio, quella di Morando e quella di Fulvio. Le ultime due si sono estinte. La famiglia di Muzio, successivamente, con i fratelli Giuseppe (1795—1872) e Silvio (1801—1832) diede inizio ad altre due diramazioni. Quella principale, che derivò da Giuseppe, continuò con Guglielmo (1837-1899), Giuseppe (1876-1952) e con l’attuale conte Guecello, che è anche principe di Porcia. ll titolo principesco, stando al diploma di Leopoldo I del 1662, passerà, poi, al primogenito di Guecello, il conte Gherardo e, quindi, al figlio di questi, Guecello. Gli altri componenti della famiglia di Porcia e Brugnera, rebus sic stantibus, dovranno “rimanere nello stato di conti”.

I Principi del S.R.I.

Ma il personaggio più importante è sicuramente il conte Giovanni Ferdinando, figlio di Giovanni Sforza. È per suo merito se i Porcia poterono unire al titolo di conti anche quello di principi del Sacro Romano Impero. Giovanni Ferdinando nacque a Venezia nel 1605, durante l'ambasceria del padre. Educato a Vienna, entrò ben presto in diplomazia, ricevendo l'incarico di ambasciatore a Venezia e di governatore della Carinzia. Fu, poi, nominato maggiordomo dell’arciduca Leopoldo. Ciò fece la sua fortuna. Perché Leopoldo, divenuto imperatore alla morte di Ferdinando III (1657), lo nominò ministro e presidente del suo consiglio privato. A Leopoldo è stata spesso rimproverata la mancanza di decisione [4]. Quindi, in questi casi, la funzione del consigliere di fiducia è importantissima. Leopoldo I rimase sul trono per circa cinquant'anni. È l'imperatore della liberazione di Vienna dall’assedio dei turchi nel 1683, dove diede un risolutivo apporto un altro nostro conterraneo, padre Marco d’Aviano. All’imperatore, che si dilettava di comporre musiche, bisogna, poi, riconoscere il merito di aver scoperto le qualità militari di Eugenio di Savoia e di averlo appoggiato, nonostante le molte opposizioni che il principe savoiardo incontrava nella corte viennese. Giovanni Ferdinando di Porcia fu, dunque, consigliere di Leopoldo dal 1657 al 1665. Fu un periodo molto difficile, dato che la potenza degli Asburgo era minacciata sia a est che a ovest, da una parte c’erano i turchi che premevano (occupavano quasi tutta l’Ungheria e gran parte dei Balcani) e dall’altra i francesi di Luigi XIV. Il Porcia, innanzitutto, neutralizzò gli intrighi del partito antiaustriaco nell’elezione a imperatore di Leopoldo: la circostanza appare anche nel diploma con cui Giovanni Ferdinando veniva elevato alla dignità principesca da parte di Leopoldo, riconoscente per l’attività svolta a suo favore. La fedeltà fu premiata anche da larghi emolumenti, dalla decorazione del toson d’oro e, come si diceva, dal titolo «primogeniale di principe, che divenne poi ereditario nel maggiorasco della famiglia». Il diploma con la concessione fu firmato da Leopoldo il 17 febbraio 1662. Tra gli altri privilegi, il documento permetteva anche quello di battere moneta o diritto di zecca, che venne esercitato una sola volta nel 1704 dal principe Alfonso Emanuele, capitano in Carinzia, coniando «lo zecchino Porcia». Altro diritto accordato ai principi di Porcia era quello di nobilitare, e grazie a questo privilegio, veramente sovrano, nove famiglie sono state create nobili [5].

Ai principi di Porcia apparteneva in Carinzia il bel castello di Spittal. A non molta distanza, Giovanni Ferdinando, nel 1662, acquistò la contea di Ortenburg per 350 mila fiorini, cui si aggiunsero, poi, altri possedimenti. A Vienna possedevano un palazzo sull'Herrengasse. Il titolo di principe, stando al diploma imperiale, era trasmissibile, nel caso di estinzione di una linea della famiglia Porcia, alla linea più vicina. Ossia, se la famiglia che cominciava con Giovanni Ferdinando, non avesse avuto più eredi maschi, il titolo poteva passare a un altro ramo dei Porcia. E' quello che, in effetti, è capitato. Con la morte del principe Aladar, avvenuta a Budapest il 27 agosto 1941, il titolo di principe di Porcia passò a suo fratello Llajos (Ludwig). Questi morì ad Arad, in Romania, il 6 gennaio 1960. A quel punto, il titolo principesco è passato al conte Antonio, del ramo di Sotto. Scomparso nel 1980 anche il conte Antonio, senza lasciare figli maschi come i suoi due predecessori, il titolo è giunto al conte Guecello, del ramo principale dei Porcia e Brugnera, quello di Sopra. Quindi, il titolo di principe è risalito, praticamente, a un discendente della famiglia che si originò da Artico di Porcia e Brugnera nel 1269.

Va anche detto che il principe Aladar aveva venduto tutte le proprietà austriache sul finire del Primo Conflitto Mondiale. Nel 1915 gli era morto in guerra il figlio Ferdinando e l'imperatore Carlo gli consentì, forzando un po' la legge vigente in quell'epoca di disfarsi dei suoi beni. Aladar non si preoccupò di reinvestire i soldi ricavati e, alla sua morte, le risorse economiche rimastegli erano ben poca cosa. Llajos ebbe, invece, la sfortuna di imbattersi nei grossi problemi dell'Ungheria seguiti al trattato di pace del Trianon (1919) e nei regimi comunisti installatisi con la Seconda Guerra Mondiale. Venne espropriato di tutto e finì i suoi giorni pressoché in miseria.

All’insignito della dignità principesca spetta anche la qualifica di Altezza Serenissima (Durchlaucht). Lo stemma dei principi di Porcia (che è lo stesso dei conti, derivato, a sua volta, ancora da quello dei Prata) è sormontato dal mantello di ermellino, significando così che sono principi del Sacro Romano Impero. I Porcia di Sotto prestarono servizio anche a favore della casa regnante in Baviera. Uno di questi, il conte Massimiliano, nel 1678, fondò un fidecommesso delle signorie di Lauterbach, Hornegg e Mailenhofen. Un altro ramo si è sviluppato pure in Ungheria.

Ai Porcia del colonnello di Sotto è attribuito pure il titolo di Signore di Ragogna, perché nel 1470, essendo rimasta vacante la giurisdizione su quel castello, la Repubblica di Venezia investì il conte Guido. Qualche anno dopo la Signoria di Ragogna venne acquisita in proprietà dai Porcia.

Note

  1. Giuseppe Marchetti («Il Friuli uomini e tempi», pp. 222-8)
  2. Marchetti (op. cit, p. 225)
  3. lettera riportata da Antonio De Pellegrini, op. cit., pp. 110-1
  4. Adam Wandruszka («Gli Asburgo», p. 122)
  5. Enrico del Torso, op. cit., p. 17

Cariche militari e diplomatiche raggiunte nel Sacro Romano Impero

Come abbiamo visto, nel secolo XIII, la linea di Porcia veniva divisa fra Gabriele e Artico che formarono i due colonnelli di Sotto e di Sopra. I primi si divisero in due ulteriori branche: di Ludovico e di Bianchino, la prima estintasi nel 1714 e la seconda suddivisa, a sua volta, nelle linee ascaniate e alfonsina, la prima estintasi nel 1835 e la seconda recentemente (1980). Pure alcuni membri della famiglia di Sotto si segnalarono nel servizio alla Repubblica di Venezia. Fra questi, va ricordato Tiberio che, nell’emergenza della Lega di Cambrai, fu creato capitano di duecento cavalleggeri, con i quali difese Conegliano e mosse alla riconquista di Serravalle e Feltre. Combatté anche in Friuli nella difesa di Cividale (1509), dove «venne ferito mortalmente da tre piccate et cusi moribondo gli cavarono gli occhi, ruppero le schinche delle gambe et fecero mille stratij del suo corpo» [1].

Altri condottieri furono: Rambaldo che andò al servizio di Filippo IV di Spagna nella guerra contro il Portogallo; Venceslao che fu comandante di fanti per la Repubblica di Venezia; e soprattutto Antonio Massimiliano, il quale, combattendo per l'imperatore nella battaglia di Breintenfeld nel 1678, venne «tagliato a pezzi assieme col suo reggimento» [2].

Fra coloro che ressero incarichi ecclesiastici, per citare solo i maggiori, troviamo Gerolamo (+1526), vescovo di Torcello; un attivo Gerolamo (+1601) nunzio pontificio in Francia e Germania; un altro Gerolamo ancora, detto il giovane (+1620), vescovo di Adria e pure nunzio in Germania; e Bartolomeo (+1578), nunzio apostolico in Boemia, nella cui capitale, Praga, morì a soli trentotto anni: a questo prelato Torquato Tasso ha indirizzato una lettera molto affettuosa da Ferrara il 13 novembre 1574 e, con ogni probabilità, sostiene il De Pellegrini, è rivolto a lui anche l’elogio che si legge nel dialogo intitolato «Il Messaggero».

Fra i letterati della casata va ricordato Ludovico il Vecchio, morto nel 1413, che scrisse una «Vita di Cesare» in francese antico. Ludovico, poi, assieme al fratello Beachino, ottenne dall’imperatore Carlo IV a Udine, il 4 agosto 1369, il diploma di gran palatinato, contenente lo speciale diritto di nobilitare (Nobilitationsreich). Da una nota del De Pellegrini si apprende che tale diritto era stato, in precedenza, concesso ai conti Nicolò e Francesco da Prata (Norimberga, 11 marzo 1361). Non sembra, però, che i Porcia, ramo di Sotto, abbiano esercitato questa potestà finché furono solo conti. Una menzione fra i lettarati di Porcia di Sotto la merita il conte Enea Saverio di Porcia degli Obizzi (+1813) che pubblicò due importanti studi. Uno, su «i primi da Prata e Porcia» da cui abbiamo anche noi ampiamente attinto, e l’altro sulla «Diatriba sopra tre sigilli appartenenti a tre diversi personaggi degli antichi conti di Prata e stemma gentilizio di detti e dei conti di Porcia e Brugnera». Come abbiamo detto, gli appartenenti a questa linea si fecero apprezzare soprattutto nei servizi prestati all’Impero. Allora era molto diffusa l’usanza di nobili che si impiegavano in tali attività. Alcuni di essi, come il famosissimo Eugenio di Savoia, raggiunsero posizioni elevatissime.

Già sul finire del secolo XVI il conte Ermes di Porcia era generale d’armata dell’ imperatore Ferdinando II e rappresentante del governo imperiale presso la Repubblica di Venezia; anche suo figlio, Giovanni Sforza, fu ambasciatore presso la Serenissima, oltre che a Firenze, a Roma e in Ispagna. Nel 1610, Giovanni Sforza venne nominato capitano di Gorizia, tenendo l'uflicio per quattordici anni con grande abilità.

Note

  1. P.S. Leicht
  2. A. De Pellegrini

La nomina dei podestà e le leggi per Porcia

Può essere interessante fare almeno un rapido cenno sul significato della giurisdizione dei conti di Porcia. A Porcia i conti procedevano alla nomina del podestà del luogo e di quattro altre persone con il titolo di giurati, i quali amministravano sia i processi civili sia quelli penali [1]. L’appello era esercitato da due nobili della famiglia Porcia e il ricorso dal luogotenente di Udine. A Brugnera venivano nominati due soli giurati, ma nella procedura si seguiva lo stesso sistema di Porcia, perché i signori chiamati a governare in un luogo amministravano anche in un altro, costituendo i due castelli una sola voce nel Parlamento della Patria del Friuli. Nel giudicare si alternavano un conte del colonnello di Sopra e uno di quello di Sotto. Quando questi si divisero in più rami, furono stabilite speciali modalità per permettere a entrambi di praticare il diritto di amministratori ogni due, quattro, sei e anche otto anni. A Porcia l’elezione del podestà e dei quattro giurati con il cancelliere avveniva il giorno di Santa Agnese (21 gennaio). I loro compensi derivavano dalle ammende che infliggevano ai condannati e dalle altre attività che espletavano.

I diritti del feudatario (che vennero aboliti definitivamente nel 1797 all’arrivo delle truppe di Napoleone, che portarono le innovazioni della Rivoluzione francese e la scomparsa della Repubblica di Venezia) erano, su per giù, quelli che ha oggi uno Stato. lnnanzitutto, doveva mantenere l’ordine sia interno sia esterno: quindi, aveva la possibilità di tenere truppe che svolgevano, in tempi di pace, compiti di polizia e, in caso di guerra, di difesa della gente del posto. Il feudatario emanava, poi, le disposizioni per regolare la vita civile. Nei piccoli centri, annessi al castello di Porcia, i conti facevano assegnamento su capi detti «merighi», ai quali erano demandate incombenze speciali, tra cui quella di radunare le vicinie in talune circostanze e di pubblicare i proclami provenienti dai signori giurisdicenti. Se i merighi non avessero adempiuto gli obblighi del loro «merighezzo» erano sottoposti a giudizio. Uno di questi contro merighi fu intentato nel 1614 dal conte Muzio.

Com'è naturale, non sempre tutto procedette senza screzi nei rapporti tra feudatari e loro sottoposti. Una controversia di una qualche rilevanza avvenne nel 1595 per un podestà che i Porcia deposero e che una parte della popolazione, invece, sosteneva apertamente. Dovette intervenire lo stesso doge Marino Grimani che ordinò al luogotenente di Udine di provvedere in maniera che nel castello di Porcia non si verificassero disordini.

La vita nelle terre soggette ai conti di Porcia e Brugnera era regolata da appositi statuti, derivati da quelli dei da Prata quando la famiglia era ancora una sola. Negli statuti — secondo quanto riferisce il De Pellegrini che aveva avuto modo di esaminare gli originali prima della dispersione avvenuta durante l'invasione austro-tedesca del 1917-’18 — si trattava dei malefici, dei danni e del diritto privato con un complesso di più di duecentosettanta articoli.

La prima parte comprendeva dunque le accuse, le inquisizioni, il turpiloquio, la bestemmia, l’omicidio, il veneficio, le busse con effusione di sangue e senza».

«Nella seconda parte si trattava delle ruberie, delle invasioni degli orti e nelle case a scopo di furto, dei falsari, degli incendiari, eccetera».

«La terza parte si riferiva al diritto privato e comprendeva disposizioni sui medici, sani, calzolai, falegnami, macellai, fornai, sulle cause civili, sugli appelli, eccetera».

I processi erano celebrati nella loggia municipale. Alcune pene destano oggi curiosità. Era un delitto grave la bestemmia! Chi veniva condannato perché bestemmiatore veniva immerso, tre volte, nella roggia Buion, che ancora oggi scorre sul lato orientale del castello, dove sorge il mulino.

L’omicidio comportava la condanna capitale; chi uccideva su mandato «si doveva trascinare nel luogo delle forche a coda di cavallo». La stessa pena toccava ai falsari e agli incendiari.

Se le norme contenute negli statuti non soccorrevano per tutta la casistica che si presentava, i conti emettevano appositi proclami e ordinanze, con l'obbligo ai merighi di pubblicarli in tutti i luoghi soggetti alla giurisdizione in modo da farli conoscere e osservare da tutti.

Note

  1. De Pellegrini («Cenni storici sul castello di Porcia», pp. 16-25)

Castelli e palazzi in Italia e in Austria

A Porcia i conti abitavano nel castello che si può ammirare ancora oggi. Nel XVI secolo il conte Gerolamo lasciò scritto che il maniero «è grosso, benissimo accasato e con acque assai: vi sono belli palazzi de’ conti e due bellissime torri, una delle quali si dice essere antica di più di 1600 anni». Evidentemente, la torre era il corpo più vecchio del fabbricato. A questa vennero, nei secoli, altre costruzioni.

Sempre Gerolamo si sofferma a dire che «Porcia è castello con gente civile e benestante: in un sito delizioso, ameno, asciutto, e di aria perfetta. Ha pianura attorno nella quale con ogni austerità di stagione, tempi et piogge, cessate quelle in quell'istesso istante si può camminare con scarpe bianche senza tema di fango. Di caccia è il più ripieno della Patria del Friuli» [1].

Per Gerolamo sono «ragguardevoli» i palazzi del conte Ferdinando Guido di Porcia, «uno dei quali di architettura moderna» (1610) e l’altro «pure con pitture del Pordenone». Altrove, vengono descritte le sale del palazzo antico che contiene pitture «e comodità infinite». In quest’ala è stato ospitato nel 1532 l’imperatore Carlo V. C’è poi, la parte del castello chiamata ancora oggi «il Vescovado» o «palazzo del vescovo», che fu fatto costruire nel 1610 dal conte Gerolamo, vescovo di Adda. Dopo il terremoto del 1873, per ragioni di sicurezza, le parti più elevate del castello furono abbattute.

Danni il maniero ne subì in seguito all'invasione austro-tedesca della prima guerra mondiale, quando andarono dispersi gran parte dei documenti del ricco archivio della famiglia. Poco lontano dal castello sorge il palazzetto «del feudo», ancora oggi ornato da bassorilievi e statue. Oltre a questo va ricordata «la loggia, dove si amministrava la giustizia. In Porcia, oltre alla torre del castello, esiste tuttora la torre detta «dell’orologio».

A poca distanza dal castello, c’è la chiesa arcipretale di San Giorgio, sulla quale i conti esercitano ancora il diritto di giuspatronato nella nomina dei parroci.

Il ramo principesco ha posseduto castelli e palazzi di grande pregio in Austria, Baviera e Ungheria. Fra questi, va ricordato il castello di Spittal che è uno dei begli edifici di forme rinascimentali italiane della Carinzia. Il maniero era, originariamente, destinato a un nobile spagnolo che era al servizio dell’imperatore Massimiliano I. Il castello di Porcia è una massiccia costruzione quadrata, con un bel portale del 1702. Nel cortile interno, circondato da tre piani di arcate e logge, durante l'estate si tengono rappresentazioni teatrali e concerti rinomati in tutta la Carinzia. Nell'edificio è ospitato attualmente un museo del folclore e dell'artigianato e uno della civiltà contadina.

Un altro palazzo i Porcia lo avevano a Klagenfurt, il capoluogo carinziano. Attualmente, è adibito ad albergo.

A Vienna il palazzo dei Porcia sorge al termine della Herrengasse, la via dei principali ministeri che parte dalla Hofburh, la corte imperiale. La costruzione dei Porcia si affaccia sul Freyung, la piazza che prende il nome dal diritto di asilo che il luogo assicurava nel Medio Evo. La dimora viennese dei principi Porcia è in sobrio stile rinascimentale e risale al 1546. Li vicino sono ubicati molti palazzi di illustri famiglie austriache, come i Kinsky, gli Harrach. Poco lontano sono i palazzi dei Liechtenstein e degli Starhenberg. L'edificio dei Porcia è oggi pressoché abbandonato e abbisogna di un grosso intervento di restauro.

Lo stemma dei Porcia e Brugnera è rimasto identico a quello dei Prata, nonostante la divisione delle due famiglie, avvenuta nel 1214. Ciò può essere rilevato dalla tomba di Pileo da Prata, avo dell’omonimo cardinale, situata nella chiesa di San Giovanni di Prata, dove si può osservare lo scudo bipartito, segnato nel campo inferiore da sei gigli. Quanto al colore sembra che agli inizi si usasse il rosso a sei gigli d'argento 3. 2. 1. al capo del secondo; poi l’azzurro a sei gigli d’oro a capo del secondo. E quest'ultimo stemma finì per essere adottato in modo esclusivo [2].

I principi di Porcia, come è già stato detto, hanno lo scudo circondato dal mantello di ermellino, essendo principi del Sacro Romano Impero. Il motto della casata è: «Fiat pax in virtute tua et abundantia in turribus tuis».

Vannes Chiandotto

Note

  1. riportato dal De Pellegrini nei «Cenni storici sul castello di Porcia», pp. 41-2
  2. A. De Pellegrini

Il conte Silvio di Porcia nella battaglia di Lepanto

Appartenente al ramo di sopra dei Porcia, il conte Silvio fu un valoroso e illustre uomo d'armi del XVI secolo. Nacque nel 1526 dal conte Federico e dalla contessa Degnamarita di Collalto. Della sua giovinezza si sa poco, ma è certo che si dedicò sin da giovane alla disciplina militare mettendosi al servizio di re e papa, per l’abilità e la destrezza nell’uso delle armi. Prima combatté al servizio dell’imperatore Carlo V in Germania, poi per papa Paolo III a Parma, in seguito venne nominato da Giulio III capitano delle guardie durante il concilio di Trento, su 100 cavalieri e 500 fanti. Questo suo inizio della carriera militare è riferito da Pre Antonio Purliliese nella sua «La Cronaca». La Repubblica di Venezia aveva già notato e apprezzato le sue doti militari: valore, lealtà e disciplina ferrea per sé e per le truppe che comandava. Era un ufficiale che sarebbe stato di grande aiuto all'esercito della Serenissima, costituito da gente di tutte le razze, religioni e costumi, formato da uomini che abbracciavano la carriera militare per sopravvivere in tempo di pace, e in tempo di guerra per fare fortuna. La Serenissima lo assoldò nel 1562 inviandolo a guardia di Bergamo con un reparto di fanteria. I Rettori di questa città riconobbero il valore, la destrezza e le capacità di questo ufficiale e gli affidarono nel 1564 la difesa e la vigilanza della importante fortezza di Orzinuovi. Nel 1566 fu mandato presso il governo di Legnano.

In questo periodo i mari erano infestati di pirati che li rendevano insicuri e dai Turchi che con politica espansionistica cercavano di dominare i mari e gli altri stati, minacciando il Cristianesimo dell’Occidente. Nel giugno 1566 si imbarcò per Cipro a capo di 300 fanti, ma già in novembre lasciò l’isola. Ammalatosi durante il viaggio per mare, dovette trascorrere alcuni mesi a Zante. Una volta ristabilitosi i Rettori di Zante gli affidarono il comando supremo sulla galera veneziana Tapin de Candia, a difesa contro i pirati che rendevano insicuri i mari. Ma già il governo di Venezia aveva il proposito di affidargli qualche grosso incarico di responsabilità alla prima occasione, vedendo che l’impero Turco stava diventando sempre più minaccioso. Tutti gli uomini di stato e i condottieri vedevano che era inevitabile una guerra contro i Turchi, il cui regno si estendeva già su vari territori del mediterraneo, minacciava altri e ostacolava i commerci. Ma bisognava superare divisioni e controversie interne. Soprattutto era indispensabile un’alleanza tra le due grandi potenze rivali: Venezia e la Spagna. Selim II aveva conquistato Cipro, il più importante avamposto della Cristianità nei mari orientali. Ormai la guerra contro i Turchi condotta per terra e per mare con tutti i mezzi, era inevitabile e indispensabile. Venne eletto Provveditore generale di mare Agostino Barbarigo che mise in assetto di guerra l'intera flotta assicurandosi i migliori capitani. Le numerose lettere dei superiori, del Provveditore generale di Cipro nel 1568, della Serenissima, esaltavano pubblicamente l’operato del conte Silvio e «l'Honor della nobilissima Casa di Porcia». Già il 5 gennaio 1570 Agostino Barbarigo aveva invitato il conte Silvio per l’impresa. Con un ducale del doge Pietro Loredano del 15 marzo gli venne conferito dalla Serenissima il grado di colonnello. Intanto il 20 maggio 1570 era stata conclusa un’alleanza con scopi difensivi ed offensivi contro i Turchi tra la Serenissima, il papa Pio V e il re Filippo II di Spagna. Alla battaglia aderirono tutte le grandi famiglie. Ognuna era rappresentata dai più valorosi figli. Per il Friuli erano presenti: 1 Spilimbergo, 2 Frangipane, 4 Strassoldo, 8 Colloredo, 4 Savognano, 2 Altan di Salvarolo. Per la Serenissima: Mocenigo, Contarini, Barbarigo, Bembo, Colonna, Dandolo, Valaresso, Gradenigo, e molti altri. Per la Spagna c’era Gio dalla Cuevas, Garzia di Vorgara, Teribio de Accaves, Emanuel de Aguilar, Diego Henriguez. Parteciparono molti altri nomi delle famiglie europee che aderivano alla lega. Si raccolsero finanziamenti per l’impresa contro i Turchi. I patriarchi Grimani e Barbaro diedero 1000 ducati, come pure Pandolfo Attavanti Fiorentino. Il vescovo di Cividale inviò 600 talleri, il vescovo di Vicenza 1000 scudi, l’arcivescovo di Cipro 2000 ducati. Le varie comunità raccolsero fondi, tra cui Bergamo che inviò diecimila ducati, Padova novemila, Vicenza dodicimila. Alcune nobili famiglie inviarono un loro figlio o truppe e cavalli a loro spese, o persone al servizio, tra cui Andrea Morosini, i Martinengo, i Malatesta. Ma l’elenco è troppo lungo e aggiungiamo solo Sforza Palavicino e Paolo Orsino che s’offersero di far gente».

L’impresa era mastodontica per organizzazione, numero di galere, uomini d’arme, ma era decisiva per sgominare dal Mediterraneo i Turchi. Costoro però avevano un’organizzazione e un quantitativo di mezzi superiori con i quali avrebbero potuto conseguire la vittoria. L’armata cristiana arrivò a Corfù e da qui si mosse contro quella turca decisa a sgominarla nella battaglia che avvenne nelle acque della città di Lepanto, veneziana fino al 1499. Descrivere una battaglia avvenuta nel XVI secolo con la nostra mentalità si correrebe il rischio di offuscare la realtà viva e di appiattirne l'importanza e il significato. Giacomo di Porcia, vissuto nel XVI secolo e parente del conte Silvio, lasciò tra i suoi manoscritti [1] un accenno agli atti di valore compiuti da Silvio nella battaglia e riportati in un libro stampato l’anno dopo la battaglia di Lepanto, nel 1572. Il conte Giacomo lesse questo libro e vi sottolineò a inchiostro l’impresa. È l’«Historia Nova» del Manolesso [2] che contiene la descrizione della battaglia fatta dai contemporanei. Si possono cogliere le impressioni di chi visse e vide quella battaglia, partecipare alla descrizione delle azioni di valore, dello svolgimento cruento della battaglia — direi allucinante — di cui pare essere partecipi e alla fine unirsi all’euforia e ai ringraziamenti a Dio e alla Vergine. Vediamo quindi la descrizione di qualche fase e gli atti di valore di Silvio di Porcia alla battaglia di Lepanto come fossimo presenti.

La consistenza numerica delle due flotte è un po’ difficile da stabilire dai testi da noi consultati, in quanto la «Historia Nova» riporta anche le altre battaglie contro i turchi. Dal conto fatto nella «Historia Nova» risultano 202 galee della flotta cristiana più altre galee grosse di rinforzo. La flotta turca non è ben specificata, ma a un certo punto si trova che «sciolse da Lepanto con 200 galee sottili, tra le quali si numeravano 40 fanò», contro i 15 dell'armata cristiana. Ma il numero era superiore, come asserisce in seguito lo stesso Manolesso. La flotta cristiana era formata da: l’Antiguardia, il Corno Sinistro, la Battaglia reale, il Corno Destro e la Retroguardia.

Silvio di Porcia si trovava sulla nave capitana comandata da Agostino Barbarigo. Essa si trovava nel Corno sinistro che si muoveva verso sud lungo la costa albanese e fu accerchiata nel corso della lotta da cinque galere nemiche e costituì il bersaglio di innumerevoli pallottole e frecce. Le navi capitane erano dette fanò perché avevano un fanò o faro per insegna. Alla battaglia parteciporano tutti i grossi nomi del musulmanesimo: Occhiali re d’Algeri, Sirocco d’Alessandria, Mehemet di Negroponte e altri. Scrive il Manolesso: «Restò sospeso il Doria capitano esperto che si trovò con 53 galee opposto a 94 nemiche e cominciò a temere di venire accerchiato nel mezzo dal nemico. Alquante sue galee si sbandarono dalle altre e Occhiali, che con attenzione osservava i movimenti del nemico, viste le galee sbandate, con incredibil prestezza se li serò sopra e avendole circondate in poco spazio ne prese dodici, con la morte della gente che v’era sopra. In questo luogo rimasero morti Hieronimo Contarini, Marc’Antonio Sanudo, Giorgio Cornaro, Marc'Antonio Pasqualigo e altri. Rimasero uccisi anche molti turchi, tra cui Caragiali capitano d’Algeri luogotenente d’Occhiali (...). Diego Henriquez maestro del campo con 500 uomini del suo terzo, con le sue galee andò incontro a quindici turchesche che gli ferirono tutti gli uflìciali e quasi tutti i soldati. Anche Pietro Giustiniano fu in pericolo di perdere la vita. Inviato verso questo Corno s'imbatté in tre galee turche che avendolo riconosciuto dalle bandiere, lo assaltarono e si impadronirono della galea, ma sopraggiunserso due galee cristiane che riuscirono a salvarlo, ferito di tre gravissime ferite. Mehemet Scirocco, capitano del Corno destro, venne con quattro galee contro il Corno sinistro cristiano, guidato da Agostino Barbarigo, dove si trovava Silvio di Porcia. Superate, dopo aver subito dei danni, la galeazze bragadine, arrivò con cammin dritto all’armata del Barbarigo. Abbordatisi con la nostra armata, diede principio ad un horribil battaglia, di cui per molte ore l’esito fu dubbioso. Salirono i Turchi sopra la galea d'esso Barbarigo, il quale dava gli ordini a combattere». Il fanò era completamente coperto di frecce. Temendo che non si potessero udire i suoi ordini nel fragore della lotta egli sollevò la visiera. Una freccia penetrò nell‘occhio sinistro ferendolo a morte. Il suo segretario Antonio Soriano lo accolse tra le braccia e lo portò sotto coperta. Fu un attimo di smarrimento e di terrore. «I Turchi arrivarono fino all'albero assalendo i soldati che rimasero disorientati, et l'havrebbero senza difficultà interamente acquistata, se il Conte di Porcia non li avesse il suo valor opposto, daIl'esempio del qual inanimati gli altri, li uccisero e tagliarono a pezzi. Dopo il ferimento del capitano Barbarigo Silvio di Porcia assunse il comando della capitana. Il mare avea per il sangue in gran parte il suo color mutato». Federico Nani e Silvio di Porcia, leggermente ferito, inseguirono i Turchi in fuga conquistandosi un altissimo riconoscimento. L'avversario in questa memorabile lotta era stato Mehmad Schaulak. Beg di Negroponte. Ma si riuscì a conquistare la vittoria, sconfiggendo l’armata turca. Agostino Barbarigo morì tre giorni dopo la battaglia vittoriosa. «Morirono in questa battaglia de‘ nostri 7656: 2000 de l'armata cattolica, 800 della pontificia, il rimanente della veneta. Dei turchi morirono 35.000 persone circa. Fu restituita la libertà a 15.000 cristiani ai remi sulle galee turche. Furono conquistate 117 galee turche e 13 galcore». Moririno molti nobili veneziani e molti furono feriti. Rimase ferito anche un nobile spagnolo, Miguel de Cervantes, autore del Don Chisciotte, la cui mano sinistra rimase amputata. Si esaltò il 7 ottobre 1571 il più bello del secolo. «La cristianità esultava ed era indiscrivibilmente felice, principi e capitani d'armata raccolsero questi insegnamenti: che le galee non si dovevano scostare dalla capitana, ma seguire il suo ordine; che il capitano prudente, quando è inferiore di forze, non deve esser il primo ad assaltar l'inimico, ma attendendo alla difesa, riguardare i progressi dell'avversario, come fece l'accortissimo Doria; che le imprese di mare si devono fare per tempo e, nell’esecuzione, esserne convinti e sentirle parte viva di se stessi; che si sono pure verificate le parole della Vergine «Deposuit potentes de sede, et exaltavit humiles, esaurientes implevit bonis, et divices dimisit inanes».

Ma la lega cristiana per annientare i Turchi decadde e subentrarono antiche rivalità. Già l'anno dopo la vittoria la flotta ottomana era stata riportata quasi all'antica grandezza. Alcuni giorni dopo la battaglia la contessa Camilla Torela di Porcia ricevette una lettera da Venezia datata 25 novembre 1571 dell'agente della casa Porcia, Paolo de Gregori, sull’eroico comportamento di Silvio a Lepanto. La lettera diceva: «È un miracolo che il conte sia rimasto in vita in una giornata tanto horrenda et spaventevole. Stava continuamente valorosamente su la prora della galera armato col suo corsaleto indosso et murion [3] in testa facendo dela sua vita prove honoratissime non obstante vi piovessero per megio le friciate, le archibugiate e sassate. Quando quella friciata lo colse nel fiancho, fatosi con prestezza medicar la ferita, tornò valorosamente al loco suo fin tanto che durò il crudo assalto, non obstante che vi fusse grandissimo disavantaggio per il numero forsi di cinque galee nemiche quali vi erano atorno la sua galea...».

Una relazione ufficiale al doge «Di Armata li 4 novembrio 1571 a Corfù» e completata da Sebastiano Venier, procuratore e capitano generale di mare, testimoniava che Silvio aveva dimostrato il suo valore nella difesa della galea. Nella battaglia rimase ferito da due frecciate: l’una nel fianco destro e l’altra nella coscia sinistra...». Le ferite non erano ancora cicatrizzate che Silvio ottenne il permesso di partecipare a un’altra azione militare detta L’impresa di Margariti», una città in Epiro. Dopo la fine di questa tornò in patria, nella sua famiglia. Nella chiesa di S.Giorgio di Porcia eresse un trofeo composto dalle bandiere e armi nemiche conquistate. L'epitaffio relativo diceva: «Alle none [4] di ottobre, sconfitta la flotta dei Turchi ad Echinada combattendo aspramente, Silvio cittadino di Porcia ordinò di esporre qui questi trofei conquistati non senza spargimento di sangue a ringraziamento di Dio ottimo massimo».

Alla fine del 1572, dopo un periodo di riposo, la Serenissima ricorse nuovamente ai servigi del conte, nominandolo governatore di Bergamo con uno stipendio di 400 zecchini annui. Più tardi andò a Brescia con lo stesso incarico per 600 Zecchini. Nel 1577, dopo aver avuto per quattro mesi il comando a Padova, Treviso, Polesine, Bassano e Asolo fu trasferito a Zara, dove comandò la milizia. Rimase qui fino al dicembre 1580. Andò di nuovo governatore di Brescia dove ebbe anche il comando della Cernide di Salò e Riviera. Nel 1584 diventò governatore di Corfù, dove ottenne il permesso di nominare suo figlio Fulvio capitano di una compagnia. Silvio rimase sull’isola dell’Adriatico fino alla fine del 1586. Un altro figlio, Ottavio, venne raccomandato nel 1588 all’ambasciatore veneziano in Francia. Nel 1589 la Repubblica di Venezia ricompensò i meriti straordinari di Silvio conferendogli la condotta di una banda di genti d’arme, resasi vacante per la morte di Pio Enea degli Obizzi. Un anno dopo lo nominò governatore di Padova e poi di Verona. Poco più tardi il vecchio Silvio si ritirò a vita privata in occasione del matrimonio di sua figlia Ippolita con il nobile Flaminio Arcoloniani, signore di Moruzzo. La Serenissima, per gratitudine e riconoscenza ai meriti del padre, pagò la dote di duemila ducati alla figlia.

Ormai anziano, il conte Silvio, distintosi valorosamente nella battaglia di Lepanto e per il quale la Repubblica di Venezia ebbe parole di stima, di ammirazione e di riverente riconoscenza, morì nel suo castello di Porcia nel 1603.

Bruno Sappa

Note

  1. «Iacobi comilis Purliliarum epistolae ineditae», opuscula historica et sermones sacri (sec. XVI, pp. 334). Mazzantini n. 214. Biblioteca Guarneriana S. Daniele del Friuli.
  2. «Historia Nova nella quale si contengono tutti i successi della guerra turchesca ecc. dal 1570 fino all'hora presente. Composta da molto magnifico sig. Emilio Maria Manolesso. Stampata in Padova per Lorenzo Pasquati anno 1572». Biblioteca Guarneriana S. Daniele del Friuli. Ringrazio il dott. Dino Barattin per la segnalazione.
  3. Murion o morion: elmo a forma di cappello con alto cimiero e una tesa inarcata a forma di mezza luna.
  4. None: il quinto giorno di tutti i mesi, eccetto marzo, maggio, luglio e ottobre, in cui è il settimo.

Per questo lavoro ci siamo valsi anche di: Gunther-Probszt- Ohstorff: Die Porcia-Aufstieg and Wirken eines Furstenhauses, Kalgenfurt 1971. I Porcia - Ascesa e gesta di una famiglia principesca. Biblioteca Guarneriana S. Daniele del Fiuli. Segnalazione del dott.Dino Barattin. Trad. ital. della prof.ssa signora Lucilla Rapini in Di Fusco.

Il cardinal Leandro candidato alla Tiara

Clemente XII morì il 6 febbraio 1740, dopo alterne fasi di ripresa e di agonia. Il suo successore, Prospero Lambertini, fu eletto solo sei mesi dopo, il 17 agosto, e prese il nome di Benedetto XIV. Il conclave avrebbe potuto sortire un esito diverso, forse, se nel corso di esso non fosse morto l'unico cardinale friulano che vi prendeva parte, Leandro di Porcia, benedettino. C'è qualcuno, come il pur solitamente documentato G.Marchetti, che avanza un’ipotesi poco sostenibile sulla sua morte: essa sarebbe stata dovuta al fatto che Leandro «aspirò alla tiara, ma vedendosi sopraffatto in conclave dal Lambertini, ne morì di scoramento» [1]. Ora si dà il caso che su quel conclave noi si sia più informati che su ogni altro, grazie ad un anonimo manoscritto che ci informa, si può dire giorno per giorno, delle alterne vicende della serpeggiante manovra elettorale. Del Porcia, in quel libro complessivamente attento più alle beghe e agli intrighi dei cardinali di nobili casate romane che al cuore degli eventi, si parla poco; ma del Lambertini si parla, quasi, ancora meno. Il nome del bolognese, infatti (che sarebbe stato, com’è noto, un grande papa, ed aveva a differenza del severo Porcia un carattere gioviale e comprensivo), venne fuori concretamente solo negli ultimi giorni. Egli venne designato da un gruppo abbastanza consistente il giorno prima dell’elezione come uomo superiore alle inestricabili trame correntizie, e fu cosa fatta. Nessuno, credo, dovette più tardi rammaricarsi dei voti dati a lui, all’infuori di lui stesso che sovente si lamentò con gli intimi della difficile vita papale.

E' peraltro certo che il Porcia, uomo probo e di forte tempra ascetica come si conveniva ad un monaco benedettino anche nel secolo che vide molti prelati mondani, ebbe dal Conclave più dolori che gioie. Se, com’è umano pensare, ci furono dei momenti in cui l’elezione a pontefice gli parve non impossibile, non abbiamo prove ch'egli davvero ritenesse, o altri ritenessero per lui, molto forte o desiderabile la probabilità di essere il successore di papa Clemente. E' invece piuttosto documentato il fitto curriculum ecclesiastico di Leandro, fratello maggiore di quel Giò Artico che con lui formò nel sec. XVIII una bella coppia di umanisti [2].

Leandro, benedettino della congregazione cassinese, fu infatti anche vescovo di Bergamo (città allora sotto dominazione veneta) dal 1728, e ricevette da Benedetto XIII la dignità cardinalizia. Di quel papa fu teologo, consultore del Santo Uffizio, prefetto della congregazione dei vescovi, ma già era stato apprezzato dal predecessore Innocenzo III. Prima del 1715 gli fu assegnata in prebenda l’abbazia di Rosazzo, in Friuli, oggi nota, grazie a Dio, solo per il vino che vi si produce, e non più per essere appannaggio di questo o quel notabile ecclesiastico, uso magari a non risiedere per la maggior parte del tempo nella sede di cui pur godeva i redditi divaricando la coppia ufficio-beneficio. Nel 1730 rinunciò alla sede episcopale: la lontananza da Roma rendeva difficile, a uno che voleva compiere correttamente tutti i propri doveri e non svolgere soltanto ruoli di rappresentanza, il doppio lavoro. Ho comprato a Roma, molti anni fa, due manoscritti rilegati in volume; uno è il racconto cronachistico del Conclave svoltosi nel 1740, l'altro una raccolta, apparentemente faceta, ma nella sostanza seria e persino triste o scandalistica, di pasquinate o scritture in versi, per lo più anonime, che giravano per Roma o venivano affisse a qualcuna delle antiche statue parlanti, la più famosa delle quali si vede ancor oggi presso Piazza Navona e si chiama, appunto, «Pasquino». Fra gli altri scritti, più o meno salaci e pepati, v’è una raccolta di versi intitolata «Avvenimenti alli signori Cardinali prima di entrare in conclave per la morte di Clemente XIII Rezzonico». La data di composizione è di parecchio più tarda, ma lo spirito dev’essere stato il medesimo di quando in conclave era entrato, con altri 64 eminentissimi, Leandro Porcia: «Chi vi vede nel conclave — cose son pazze e ridicole — fate patti e conventicole, promettendo a questo e quello». A tratti gli anonimi compositori rasentavano, oltre che l'oltraggio, la diffamazione aggravata: non avrebbero potuto farlo, tuttavia, se almeno talune scostumatezze oggi impensabili non avessero toccato quelli, tra i principi della Chiesa, che svolgevano mansioni quasi esclusivamente secolari. Tale non doveva essere il Porcia, uomo di dottrina e pratica integra. Tuttavia Charles de Brosses, viaggiatore francese piuttosto libertino e disincantato, nella sua Lettera LV, pezzo cronachistico sul suo viaggio in Italia, scrive che durante il conclave del 1740 era stato divulgato in Roma, fra gli altri, un libello ingiurioso contro Leandro di Porcia, il quale non seppe, evidentemente, non farci caso, e sofferse molto «per la reputazione compromessa e la fortuna perduta...», sino a morirne in capo a tre giomi per «rabbia papale».

Il memorialista francese non è sempre attendibile: trascrive di solito quel che sente nei salotti bene, presso i quali è ricevuto a catena quotidianamente sulla base di credenziali che valgono come un passaporto diplomatico, in un’Europa che è ancora senza vere frontiere. Ciò che egli dice di Leandro Porcia è perciò interessante, come lo è una cronaca giornalistica, una ventata di «sentito dire». Per il papato, dice De Brosses, Porcia sembra l'elemento adatto, ad un certo punto del conclave: «La sua età è quella nella quale si diventa papi; fa parte degli “indifferenti", perché è di quelli nominati da Benedetto XIII. Ha nobiltà, valore, grande reputazione di capacità. E' severo e ha tutte le caratteristiche necessarie per ristabilire il buon ordine in uno Stato che ne ha tanto bisogno; saprà regnare e sarà, in piccolo, un Sisto V...». Non se ne fece nulla. Provvide la morte a far si che il Friuli non desse alla Chiesa un papa.

Pietro Nonis

Note

  1. Il Friuli, Uomini e tempi, ed. 1974, p. 1004
  2. come si legge fra le note di un interessante volume scritto in lingua tedesca dal G.Probszt-Ohstorff: "Zwei Humanisten und ein Papabile..."

Giovanni Artico un letterato nella cultura del Settecento

Il Settecento è per tanti versi un secolo inesplorato nella storia della letteratura italiana, a causa forse del condizionamento derivante dalle Lettere oltramontane che proprio in quel periodo facevano sentire la loro voce prevaricatrice nei confronti di un’Italia svalutata dopo gli splendidi anni del Rinascimento. I primi ad essere condizionati erano proprio i letterati settecenteschi che sentivano fortemente l'esigenza di un rinnovamento effettivo, che spesso naufragava nella mera dichiarazione di intenti, ma che più di qualche volta riusciva anche ad esprimersi compiutamente. In questo contesto si inserisce la vita e l’opera di Giovanni Artico, conte di Porcia, nato nel 1682 da Fulvio II, senza dubbio — dopo recentissimi studi e la riscoperta di numerose sue lettere — una delle maggiori figure di letterato che la famiglia di Porcia abbia espresso nella sua pluricentenaria storia. L'istanza di rinnovamento era nata in Giovanni Artico fin da quando, dodicenne, era andato studente nel collegio dei Padri Somaschi a Murano.

Alle stesse tradizioni somasche si può in gran parte ascrivere la produzione di due tragedie, Medea, Pubblicata nel 1721, e Seiano, affidata l'anno successivo ai tipi veneziani dell'Hertz. Proprio in quegli anni le scuole dei Padri Somaschi usavano rappresentare tragedie e drammi in genere, spesso traduzioni dalle opere francesi di successo. Rientrato dalla scuola in patria, Giovanni Artico aveva scritto queste due e altre tragedie, andate perdute. L’influsso scolastico è evidente, però non manca una originalità che si esprime attraverso una adesione sincera al modulo classico delle tre unità artistoteliche, un uso abbastanza disinvolto dell’endecasillabo sciolto e soprattutto l'introduzione di elementi originali, qualche volta mutuati dall’esempio senechiano (soprattutto in descrizioni cruente su Medea) che troverà il culmine dell'esasperazione nell'UIisse il giovane del Lazzarini, o dalla tradizione tacitiana e da quella machiavellica (in particolare nell'apparentemente più maturo Seiano), o ancora nella profonda ammirazione giovanile del poeta morale — la definizione è del Muratori — Carlo Maria Maggi.

La pagina della tragedia per Giovanni Artico fu però molto breve. Si riaccese dieci anni dopo la stesura, in occasione della pubblicazione, per poi spegnersi nel giro di due anni, probabilmente a causa della non calda accoglienza ottenuta dalle due opere non del tutto aderenti ai canoni dettati dai maggiori teorici dell'epoca per la creazione della perfetta tragedia italiana, in grado di strappare la palma del migliore allo strapotere francese. Non poca responsabilità nell’abbandono della poesia tragica ebbero però gli altri interessi letterari del Porcia. Giovanni Artico riteneva ben più meritevole di attenzione lo studio attento, accompagnato da una applicazione costante, che non l'espressione poetica della quale l’Italia era allora piena, con l'ondata arcade che affossava la moda barocca del cavalier Marino.

Già da qualche anno il conte purliliese aveva cominciato a elaborare un suo Progetto che doveva essere rivolto ai letterati d’Italia: lo scopo era quello di istruire la gioventù con l'esempio degli studi seguiti dai maggiori esponenti della cultura del tempo. Per realizzarlo si richiedeva ai letterati di scrivere la propria autobiografia e di farla pubblicare. C’era anche un altro scopo, meno ufficiale: quello cioè di rispondere in qualche modo alla Compagnia di Gesù, che in quel tempo monopolizzava la scuola in un modo ritenuto dagli innovatori non consono all’effettivo sviluppo della cultura italiana.

Giovanni Artico era da tempo in relazione con illustri letterati del tempo: ci sono rimasti carteggi inviati a Ludovico Antonio Muratori, ad Antonio Vallisnieri professore e scienziato a Padova, al giornalista Angelo Maria Calogerà curatore della Raccolta di Opuscoli scientifici e fllologici; ci sono le prove di un contatto giovanile con Giusto Fontanini e di rapporti epistolari con Scipione Maffei, con il marchese Orsi, con i due fratelli Salvini, con il mondo letterario romano e con quello napoletano di cui il filosofo Gian Battista Vico era senza dubbio il maggior esponente. Questo soltanto per citare alcuni dei maggiori corrispondenti del Porcia, i quali evidentemente si accorsero del pericolo che il Progetto di Giovanni Artico comportava.

Per tutti costoro l'adesione alle istanze di rinnovamento era in gran parte sincera e spesso divenuta regola di vita, oltre che scopo principale nelle opere letterarie. Un altro discorso era però scontrarsi frontalmente con i gesuiti: le scaramucce, che assumevano toni da autentica battaglia, rimanevano spesso tra le righe di testi destinati agli addetti ai lavori; qualche volta apparivano apertarnente in opere rigorosamente anonime. Così, all’iniziale adesione che portò il Muratori, il Vallisnieri, il poeta bolognese Pier Iacopo Martello e qualche altro a sostenere il Porcia e, anzi, anche a spedirgli in tempi brevissimi il resoconto autobiografico della propria vita, subentrò una sorta di tacita congiura che doveva far naufragare nella dimenticanza l'idea del conte friulano.

Ma quella generazione per i Porcia era davvero promettente. Il fratello maggiore di Giovanni Artico, che di li a qualche anno sarebbe divenuto cardinale Leandro, con solide aspirazione alla Tiara, consentiva al conte rimasto in patria di alimentare un interessante rapporto epistolare con gli ambienti romani e napoletani. Proprio da Napoli giunse, dunque, la vita del Vico (oggi nota come la sua Autobiografia) attorno al 1726. Giovanni Artico la unì a una sua presentazione del Progetto e ne propose la pubblicazione a vari personaggi, riuscendo alla fine — tramite l’amico Vallisnieri, un altro filosofo, Antonio Conti, e il revisore dei libri della repubblica di Venezia Carlo Lodoli — a convincere il Calogerà a farla stampare.

Progetto del Porcia e vita del Vico uscirono così nel primo tomo della Raccolta calogeriana di Opuscoli. Nel secondo tomo fu stampata la vita del Martello, mentre quella del Muratori rimase nascosta per più di un secolo tra le lettere del bibliotecario modenese e quella del Vallisnieri fu trasformata dallo stesso Giovanni Artico in una vita che egli stesso scrisse e pubblicò dopo la morte dell’amico a prefazione delle opere mediche e fisiche stampate e manoscritte del professor padovano, uscite postume per iniziativa del figlio.

Ovviamente di altre eventuali autobiografie inviate al Porcia non si seppe più nulla. La vita del Vico, infatti, fu accompagnata da una decisa polemica che spinse lo stesso filosofo napoletano a cercare di difendersi nell'Aggiunta 1731 alla sua Autobiografia. Era comunque quanto bastava agli altri letterati per ordinare rigorosamente al Porcia di desistere dal tentativo di pubblicare le autobiografie in suo possesso.

In punto di morte, il 27 giugno 1742, a sessant'anni, Giovanni Artico fece bruciare tutti i suoi lavori non pubblicati. Dovevano esserci documenti di tutto rispetto, almeno a giudicare dalle documentazioni desumibili dalle lettere del Porcia rimasteci. Soprattutto dovevano esserci le chiavi di volta di numerosi rapporti che Giovanni Artico aveva instaurato con i maggiori letterari del tempo. Se infatti il suo limite maggiore rimase quello di essere costretto a operare in una zona periferica rispetto ai centri della cultura dell’epoca, egli riuscì a superare il provincialismo nel quale il luogo di nascita avrebbe potuto condannarlo. L'autobiografia letteraria intuita dal Porcia fu soltanto un accenno per i contemporanei, ma nei decenni successivi divenne il campo d’azione spesso utilizzato dalle stelle del firmamento culturale. Giovanni Artico di Porcia aveva vissuto in prima persona soltanto la nascita dell'autobiografia del Vico. Gli sarebbe certamente piaciuto scoprire che le sue intuizioni sarebbero state colte in pieno a esempio da un personaggio suggestivo e per tanti versi sconcertante come Giacomo Casanova, oppure dal principe della tragedia italiana (che era pur rimasta sempre nel suo cuore) Vittorio Alfieri.

Pietro Gaspardo

Imponente massa di fonti documentarie e bibliografiche

È imponente la massa di fonti documentarie e, specialmente, di pubblicazioni che riguardano la storia della famiglia di Porcia e Brugnera e di quella dei da Prata, da cui originarono. Vastissima è, poi, la bibliografia su situazioni e avvenimenti che possono essere richiamati dall'attività e dalla presenza, per quasi un millennio, della nobile casata friulana nelle vicende politiche, ecclesiastiche, culturali e sociali.

Quindi, a livello bibliografico, nel presente studio, ci è possibile dare soltanto indicazioni di larga massima. Nella maggior parte dei casi, il riscontro dei riferimenti è possibile solo nelle biblioteche più prestigiose e antiche.

Per la presa di conoscenza di alcuni documenti fondamentali della storia dei Porcia è sicuramente utile l'opera di Enea Saverio di Porcia degli Obizzi (con prefazione e bibliografia di Antonio De Pellegrini): «I primi da Prata e Porcia», Udine, 1904. Dello stesso autore: «Sopra tre sigilli appartenenti a tre diversi personaggi delli antichi conti di Prata e stemma gentilizio di detti conti o de’ conti di Porcia e Brugnera», Udine, 1902.

Del professor Antonio De Pellegrini sono, poi, fondamentali gli studi: «Gli statuti di Prata e le loro derivazioni legislative». Porcia, 1908; «Le incursioni turchesche in Friuli e i castelli di Porcia e Brugnera», Udine, 1911; «Gente d'arma delle Repubblica di Venezia. I condottieri Porcia e Brugnera (1495-1797)», Udine, 1915; «Cenni storici sul castello di Porcia», Pordenone, 1925.

Anche il volumetto di Enrico Del Torso: «Cenno storico sui conti e principi di Porcia e Brugnera», Udine, 1933, può offrire utili spunti. Del medesimo autore: «Silvio di Porcia alla battaglia di Lepanto», Udine, 1901.

Fra le pubblicazioni più recenti, in tedesco, di Gunther Probszt-Ohstorff: «Die Porcia — Aufstieg und Wirken eines Fùrstenhauses», Klagenfurt, 1971, che costituisce un'opera significativa non solo per conoscere la vicenda del ramo principesco dei Porcia, ma di tutta la casata.

Diverse sono pure le opere del professor Andrea Benedetti: «Storia di Pordenone», Pordenone, 1967; «La famiglia di Porcia a Gorizia e a Trieste» su «Studi Goriziani», vol. XXXIII, gennaio-giugno, 1963, pp. 13-43; «Giovanni Ferdinando conte di Porcia e Brugnera principe del S.R.l.», estratto dal n. 31 de «Il Noncello», con la pubblicazione del diploma (in tedesco con la traduzione Italiana) di Leopoldo I del 1862 che creava i principi di Porcia.

Anche il canonico Ernesto Degani si è occupato dei Porcia; si possono citare: «Guecallo II di Prata», Accademia di Udine, serie II, vol. IX, Udine, 1893; e anche «La diocesi di Concordia» (a cura di monsignor Giuseppe Vale) ristampa anastatica, Brescia, 1977.

Di Pier Silverio Leicht, oltre all'opera generale, «Breve storia del Friuli», V edizione (con aggiunte a cura di C.G. Mor), Tolmezzo, 1977, può interessare: «Statuta Brugnarie», Udine, 1901.

Importanti sono le opere generali: Francesco di Manzano: «Annali del Friuli», 7 vol., Udine, 1858-1878 e «Cenni biografici dei letterati e artisti friulani», Udine, 1885; G. Von Zahn: «Studi friulani» (versione di G. Loschi), Udine, 1888; Gian Carlo Menis: «Storia del Friuli dalle origini alla caduta dello stato patriarcale», Udine, 1974. Su questi argomenti c'è soprattutto di Pio Paschini: «Storia del Friuli», 2° edizione, Udine, 1954; a cura di Giuseppe Valentinelli: «Diplomatarium portusnaononae», ristampe anastatica, Pordenone 1984.

Per seguire alcuni problemi particolari validi possono essere, indicativamente, di H.A.L. Fisher: «Storia d’Europa», 3 vol., Bari, 1973; di Pier Giovanni Caron: «Corso di storia dei rapporti fra Stato e Chiesa», vol. I, Milano, 1981; e di Adam Wandruszka: «Gli Asburgo», Varese 1974.

Altre opere da poter consultare: Gian Giuseppe Liruti: «Notizie delle cose del Friuli», 5 vol., Venezia e Udine, 1760-1830; Giovanni Puiatti: «Prata medioevale», Sacile, 1928; Attilio Hortis «Giovanni Boccaci, ambasciatore in Avignone, e Pìlea da Prata, proposto dai fiorentini a patriarca di Aquileia», Trieste, 1875; P.Stacul: «Il cardinale Pileo da Prata», Roma, 1957; Federico Stefani: «Di Guecelletto da Prata e dell'origine dei principi e conti di Porcia e Brugnera», Venezia, 1876; Luigi Zanutto: «Il cardinale Pileo da Prata e la sua prima legazione in Germania (1378-1382)», Udine, 1901; Vincenzo Joppi: «Notizia biografica di Jacopo Co: di Porcia e Brugnera», Udine, 1881; Giuseppe Marchetti: «Il Friuli - Uomini e tempi», Udine, 1974.

Di libri dei Porcia si possono citare: Girolamo di Porcia: «Descrizione della Patria del Friuli fatta nel sec. XVI, ecc.», Udine, 1897; Gio. Artico di Porcia: «Medea», tragedia, Venezia, 1721; «Sejano», tragedia, Venezia, 1722; Francesco Serafino di Porcia: «Meditazioni sulle grandezze di Dio e le miserie dell'uomo scritte in idioma tedesco e tradotte in italiano», Udine, 1825; Jacopo di Porcia: «Due invasioni dei turchi in Friuli raccolte da Giovanni Giuseppe Liruti di Villafredda», Udine, 1825. V. Ch.